Michele Polo, un mondo interessante da condividere.
È una presenza capace di unire sensibilità e disorientamento, tenacia e leggerezza. Vive i legami come luoghi da proteggere e le storie come strumenti per avvicinarsi agli altri. Accogliente ma mai prevedibile, trasforma fragilità ed errori in occasioni di incontro. Non ama arrendersi, neppure quando dovrebbe. In lui l’ironia apre la strada e la cura dà senso al viaggio.
Michele Polo si definisce autore e animatore. Quanto c’è del bisogno di inventare e quanto del desiderio di dare vita?
Inventare è dare vita, no? Però giustamente uno dice autore e animatore. Prima uno poi l’altro, però è la stessa strada. L’autore indica la strada e l’animatore la percorre. Parlando di burattini, teatro, marionette, quello che vuoi, teatro, cioè l’autore dice: “Proviamo questa strada” e l’animatore la fa questa strada.
Si dice lento e pacifico, eppure la sua biografia è piena di cambi di scena. Da dove nasce allora la sua irrequietezza?
Dalla solitudine. Perché ho fatto tantissime esperienze e le ho fatte sentendomi un po’ da solo. E quindi provavo, provavo, provavo. Poi per passione anche, certo, ho avuto tantissima passione per la danza, ce l’ho ancora, ma non mi sento un ballerino. Tantissima passione per la musica, ascolto tantissima musica, ma non mi sento un musicista. E mi sono sempre fermato però nel teatro perché mi sono accorto che nel teatro io faccio otto ore e non sono stanco.
Ha attraversato teatro, danza, radio, scuole e burattini. È eclettismo o una lunga fedeltà alla stessa domanda?
Non sento così tanta differenza fra questi campi. Secondo me tutte queste esperienze che io ho attraversato hanno la caratteristica di essere dal vivo. Penso che il lavoro sia nel momento, perché veramente nel momento, e a teatro questo è fondante per il teatro, quel momento lì cambia tutto. Cambia me, cambia il pubblico, cambia l’aria, cambia il posto. E questo è una bellissima ricerca per me.
Quando ha capito che il friulano era la sua vera voce?
Quando ho lavorato con il Teatro Incerto e per la prima volta, dopo tanti anni di studio e di lavoro a Milano, ho sentito che la mia voce e la mia lingua era una risorsa che avevo e non una risorsa faticosamente da conquistare, sempre un passo indietro agli altri. Perché io quando lavoravo a Milano nella lingua italiana mi sentivo sempre così. Poi sono tornato un’estate, ho lavorato con loro ed ero a pari con gli altri.
Dice di essere meno audace di quanto vorrebbe. Quale prudenza trattiene la sua scrittura?
Secondo me anche lì la solitudine. Perché inventare e scrivere è abbastanza un lavoro di solitudine se non hai il coraggio di portarla fuori, di condividerla. Togliersi le sicurezze per inventare è difficile.
Giocando al teatro con i bambini, che cosa ha scoperto degli adulti?
Ho scoperto che gli adulti sono dei bambini cresciuti, con dei gravi ritardi nell’accettare se stessi, nel giocare con se stessi, nel giocare al teatro, nel giocare con quei tantissimi strumenti che sono presenti nel teatro, che i bambini non conoscono, ma provano. Invece gli adulti sanno che esistono e se ne tengono ben lontani o alla larga.
Nei personaggi difende l’errore e la fragilità. Con se stesso riesce ad avere la stessa indulgenza?
Peggio ancora, sono ignorante dei miei errori. Però ho imparato a approfondire, sì, approfondire i miei errori e… Nei personaggi è bello, è bello l’errore perché innesca un gioco anche con il pubblico. Nel senso che i bambini se ne accorgono a gradi, ma quando se ne accorgono non sono disponibili a vedere come va a finire. Ti dicono: “No, c’è un problema. Attenzione, fermi tutti. Io ho individuato il problema, quindi bisogna fermare lo spettacolo per risolvere questo problema”.
Da bambino conquistò il pubblico dicendo: “Ho perso la testa”. Oggi dove sente di averla ritrovata?
Allora, ho ritrovato la testa nella mia fantasia e nella mia tranquillità anche a lavorare con gli altri. Perché penso di avere un mondo che è interessante condividere.
UDINESI DENTRO è un podcast originale di Michele Menegon, la voce della sigla è di Gianmarco Ceconi, la musica di Massimo Cum, la post produzione e il sound design di Michael Hammer.
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