Veronica Barnaba, fedele al proprio passo.
Indipendente per scelta, determinata per natura, ha imparato presto a costruirsi il proprio spazio. Entra nelle case degli altri con attenzione, cercando di capire prima di intervenire. La maternità oggi le chiede una forma nuova di presenza, mentre continua a misurarsi con un mondo che corre. Dietro una forza che può sembrare durezza, resta il bisogno di trovare un equilibrio senza perdere sé stessa.
Veronica Barnaba, quanto c’è ancora della ragazza che a vent’anni decise di cavarsela da sola?
C’è ancora tanto di quella ragazza. Questa natura di indipendenza e di voglia di cavarsela da sola è ancora prepotente, perché tanti mi dicono di affidarmi e di chiedere aiuto, ma è una cosa che faccio ancora fatica a fare.
Studiava arte e turismo, poi è arrivato l’immobiliare. Quando una deviazione diventa una strada?
Quando studiavo arte avevo come sbocco professionale l’organizzazione di eventi e mostre d’arte, eventi culturali. Quella era la mia passione. Non ho potuto farlo.
Negli anni sono però riuscita a far diventare l’immobiliare la mia passione, accompagnando le persone in un passo importante della loro vita senza perdere il senso di bellezza che può e deve avere un momento del genere nella vita di chiunque. Certo, vendere o affittare significa anche scendere nella parte più pratica ed economica, ma senza perdere il gusto di quello che si sta facendo.
Entra nelle case e nelle vite. Come si impara a non oltrepassare il confine?
Per me è un aspetto fondamentale della mia quotidianità. Non mi piace essere invadente.
So che quando entro in una casa ci sono molte cose private che vedo, ma cerco di non vedere. Tante persone mi dicono: “Non guardi il disordine”, e io non guardo assolutamente il disordine o le cose private delle persone.
Mi concentro su quello che la persona mi sta richiedendo, perché indubbiamente c’è un bisogno: che sia un trasferimento, una vendita o una nuova locazione, devo ascoltare la sua necessità e gestirla con i guanti.
Sua madre smette di lavorare quando nasce lei. Oggi che è diventata madre, quel passaggio assume un significato diverso?
Ci ho pensato molto, perché mia mamma ha avuto me a 38 anni, come io adesso ho avuto il mio primo figlio, Enrico.
Mi sono calata nei panni di mia mamma, che sicuramente ha dovuto rinunciare al suo lavoro, una cosa che io adesso non farei assolutamente. Mi dispiace che lei abbia dovuto farlo.
Dall’altra parte, però, sono dispiaciuta anche per me, perché non sono né in grado né ho la possibilità di rinunciare al mio lavoro.
Non si considera una persona leggera. Le pesa?
No, non mi pesa. Dico che non sono leggera, ma lo dico in maniera leggera, quindi so misurare questo mio essere.
Mi sono circondata però di persone leggere, quindi la mia vita ne risente meno.
Non sembra avere molta confidenza con la paura. È coraggio o fiducia in sé?
È fiducia in me. So che posso sbagliare e mi perdono se sbaglio, perché so che un errore che ho fatto non lo rifaccio una seconda volta.
Quindi sì, ho fiducia e ho anche, certo, un po’ di coraggio, perché le cose si fanno anche facendo sempre un passo in più piuttosto che uno in meno.
Il mercato corre tra social e intelligenza artificiale. Quanto riesce a restare fedele al suo passo?
Anche questo è molto importante. La fedeltà verso me stessa, in senso privato e professionale, per me è un aspetto molto importante della mia persona.
Sono in difficoltà: devo ancora trovare l’equilibrio in questo aspetto della mia professione.
Aiuta gli altri a trovare, lasciare o cambiare casa. Cosa significa per lei sentirsi a casa?
Per me sentirmi a casa è un senso di pace, di rifugio.
Viver Casa ha una frase: “Una casa e una persona si scelgono, noi le facciamo incontrare”. Potrebbe anche essere che la casa trovi la persona e che la persona la trovi quando sente questo sentimento di rifugio.
È quello che provo anch’io quando rientro a casa mia e quando la casa è ricca di quello che ho voluto creare: persone, amore, luce, calore, tranquillità, serenità.
Ognuno ha il suo rifugio. Nelle case vedo molto la personalità di ognuno.
UDINESI DENTRO è un podcast originale di Michele Menegon, la voce della sigla è di Gianmarco Ceconi, la musica di Massimo Cum, la post produzione e il sound design di Michael Hammer.




