Fabrizio Barachino, non reinventarsi ma evolvere
Ha imparato a muoversi tra mondi diversi senza sentirsi obbligato a sceglierne uno solo. Cerca ordine, ma si fida dell’istinto. Ama stare con gli altri, ma sa abitare la solitudine. Curioso, irrequieto, attraversa linguaggi e deviazioni trasformandoli in possibilità. Fabrizio costruisce, Brarez lascia accadere. E forse il punto d’incontro è proprio lì, nel bisogno di restare libero di cambiare.
Chi è Fabrizio Barachino e chi è Brarez?
Fabrizio Barachino è una persona che vive nel mondo reale. Brarez è invece l’alter ego, lo spazio in cui mi tolgo una parte di tutte quelle sovrastrutture che mi accompagnano nella vita quotidiana. Non sono due persone diverse, sono complementari. Non è un personaggio che mi sono costruito, anzi. È una parte di me che si esprime attraverso l’arte, dove mi prendo un po’ più di libertà e che magari si permette di dire o far uscire cose che Fabrizio non riesce a esprimere.
Informatica, rap, scrittura, digitale, pittura. Sta ancora cercando il linguaggio che le somiglia di più?
Non ho mai pensato che quello che ho fatto e quello che sto facendo possa essere il linguaggio definitivo. L’informatica nasce da una passione che avevo sin da bambino e tuttora fa parte della mia quotidianità. Il resto, invece, è qualcosa che ho vissuto in momenti diversi della mia vita. Attualmente posso dire che la pittura è la cosa in cui mi sto ritrovando meglio. Non ho abbandonato il resto: ogni tanto mi piace anche scrivere. Quello che ho abbandonato un po’ è la musica, se non per gli ascolti.
Molte svolte della sua vita sono nate quasi per caso. Quanto si fida delle deviazioni?
Molto, perché anche se sono cose che possono arrivare impreviste, a volte le deviazioni sono necessarie. Non significa sempre abbandonare la propria strada: può essere un modo diverso per raggiungere la meta che ci si è prefissati. È qualcosa che può accadere senza averlo già deciso, perché non sempre va tutto dritto come immaginiamo. Quindi, queste deviazioni ben vengano.
Nel lavoro mette ordine, nell’arte segue l’istinto. Come convivono queste due parti?
Convivono proprio perché ci sono entrambe. È chiaro che nel lavoro tendo a essere molto più organizzato, perché è una necessità della tipologia di lavoro che faccio, mentre nell’arte vado più a istinto. Sono due cose entrambe necessarie.
È più bravo a capire cosa serve agli altri o cosa serve a se stesso?
Sicuramente agli altri. Quando ti confronti con gli altri hai una visione esterna e questo ti permette di avere un certo tipo di distacco, di razionalizzare meglio quella che potrebbe essere la risposta e capire di cosa hanno bisogno. Però sicuramente l’arte mi permette di avere delle risposte in più su di me, oppure di dare forma a cose che magari non riesco a esprimere.
La solitudine per lei è più rifugio, libertà o spazio creativo?
La risposta è: tutti e tre. La solitudine ha sempre fatto un po’ parte di me, ma non è una solitudine intesa come senso di isolamento. È proprio uno spazio per me stesso, dove raccogliermi, escludermi un po’ da quello che è il rumore e imparare ad ascoltare. Mi permette di non dover essere qualcosa per qualcuno. Da lì nasce questa libertà di stare in solitudine, di essere completamente me stesso, ed è quella che dà un po’ anima anche al mio lavoro.
Dipinge per sé, ma cerca anche riconoscimento. Quanto conta lo sguardo degli altri?
Sarei ipocrita se dicessi che non conta nulla. La comunicazione che deve avere l’arte è anche un po’ il suo fine. L’arte va vissuta anche come qualcosa che gli altri guardano e con cui entrano in risonanza. Quindi sicuramente una minima ricerca di riconoscimento c’è. Non la faccio diventare una forzatura a tutti i costi.
Si è reinventato molte volte o è sempre rimasto la stessa persona?
Probabilmente entrambe le cose. Sicuramente il modo in cui sono cresciuto è rimasto e rimane nel tempo, ed è un po’ quella che è la mia essenza. Possono cambiare gli strumenti, possono cambiare gli interessi, ma la persona di base rimane sempre quella. Non credo sia reinventarsi, alla fine. Credo sia semplicemente evolvere.
UDINESI DENTRO è un podcast originale di Michele Menegon, la voce della sigla è di Gianmarco Ceconi, la musica di Massimo Cum, la post produzione e il sound design di Michael Hammer.
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