
La cultura non si beve!
Da trent’anni a questa parte, sembra che l’Italia abbia scoperto una nuova verità universale: il vino non è più solo vino. È diventato cultura.
O almeno, così ci raccontano.
Perché non basta più berlo: bisogna degustarlo. Analizzarne i profumi, le “note aromatiche”, i “sentori di cuoio, tabacco e frutta rossa matura” – anche se poi alla fine ti sembra solo… vino. Ma guai a dirlo, perché rischi di passare per un ignorante, uno che non capisce nulla di questa nobile “cultura enologica”.
E così il vino è diventato un passaporto sociale. Bevi, annusi, fai roteare il calice e all’improvviso sei dentro il grande salotto della Cultura.
Peccato che sia un salotto affittato a ore dal marketing.
Perché la verità è questa: negli ultimi decenni, abbiamo abbassato l’asticella di tutto ciò che chiamiamo cultura, trasformando il cibo, lo shopping e persino la sagra della patata in cultura.Basta aggiungere la parolina magica ezac!: ecco un evento culturale.
Il paradosso è che più allarghiamo la definizione, più la cultura diventa piccola.
Una volta era fatica, studio, memoria, confronto di idee. Oggi basta un calice di prosecco e una playlist jazz in sottofondo, e ti dicono che stai “vivendo un’esperienza culturale”.
Ma chi vogliamo prendere in giro?
Questa trasformazione ha radici precise. Da un lato, c’è l’industria del turismo, che ha bisogno di vendere pacchetti esperienziali.
Dall’altro, ci siamo noi: consumatori disposti a credere che comprare una bottiglia da 30 euro ci renda parte di un’élite di intenditori. È la democratizzazione del lusso: tutti possono sentirsi colti, basta alzare il calice al momento giusto.
Il problema è che così cultura diventa sinonimo di consumo.
Non importa cosa fai: basta che paghi un biglietto, un ingresso, un calice. È in questo modo la parola cultura è stata sacrificata sull’altare del marketing.
La vera cultura, quella che scava dentro, che mette in discussione, che ti costringe a pensare e magari a cambiare idea, quella non fa vendere. Non riempie i teatri, non paga i festival, non finisce nelle foto Instagram.
Invece il vino sì. Il vino è fotogenico, Instagrammabile, e soprattutto… vende.
E così oggi non parliamo più di Petrarca, ma di Pinot Nero. Non studiamo più la Divina Commedia, ma il disciplinare del Friulano.
Ora, sia chiaro: non è colpa del vino. Il vino è una cosa bellissima: un piacere, una tradizione millenaria, un prodotto che porta con sé storia e territorio. Il problema non è il vino: siamo noi.
Siamo noi che per sentirci meno ignoranti abbiamo deciso che bastava rinominare il piacere in cultura.
Siamo noi che abbiamo bisogno di raccontarci che dietro ogni sorso c’è un universo di significati profondi, quando a volte c’è solo un bicchiere che ci aiuta a reggere una cena di lavoro noiosissima.
E allora mi chiedo: l’essere umano è davvero ciò che beve, oppure beve solo ciò che il marketing gli ha detto che deve essere?
Forse la risposta è più semplice di quello che pensiamo. L’essere umano non è ciò che beve, né ciò che mangia, né ciò che compra. L’essere umano è ciò che pensa, ciò che sogna, ciò che crea.
La cultura non sta in un calice, ma nella capacità di riconoscere la differenza tra un bicchiere di vino e un capitolo di storia, tra un’etichetta di marketing e una pagina di filosofia.
Il vino resta vino. La cultura resta cultura. Mischiarle è un gioco rischioso: perché alla lunga ci si ubriaca di apparenze e ci si disseta sempre meno di sostanza.
E allora sì, alziamo pure i calici, ma ricordiamoci che la cultura non si beve. Si costruisce, giorno dopo giorno, con pensiero critico, curiosità e fatica.
Il resto, diciamolo, è solo happy hour travestito da evento culturale.
UDINESI DENTROè un podcast originale diMichele Menegon, la voce della sigla è diGianmarco Ceconi, la musica diMassimo Cum, la post produzione e il sound design di Michael Hammer.
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