Più Michele che Antonutti
Ha imparato presto che essere scelti significa anche portare il peso delle attese. Da allora guida, osserva, costruisce spazi e protegge chi rischia di restare ai margini. Ha l’energia di chi riparte e la cautela di un cactus: poche cure invadenti, molto sole, radici salde. La città conosce il simbolo; lui continua a cercare la persona.
Quando entra in una stanza, arriva prima Michele o Antonutti?
È molto impegnativo capire la divisione fra nome e cognome, perché sono sempre stati molto uniti. Hanno viaggiato assieme in questo periodo molto intenso di vita sportiva. Chi mi conosce poco pensa che entri Antonutti; chi invece mi conosce molto bene pensa che entri Michele. Sono due realtà di me stesso complementari, ma anche molto diverse.
A quindici anni era atteso da un’intera città: si sentiva scelto o caricato?
Il famoso detto “Nemo propheta in patria” è vero, perché in quel periodo non arrivava, nel basket ma neanche nel calcio, un giocatore importante nato a Udine che portasse un po’ di radicalità nel territorio. Con il mio arrivo, questo senso di rivalsa e di appartenenza è stato letteralmente buttato sulle mie spalle.
C’è stata molta pressione e tanto orgoglio. È chiaro che a quindici anni non hai la testa che hai quando sei maturo, quindi l’ho goduta il giusto.
Per tutti Lei è il capitano. Guida chi sa parlare o chi vede chi rischia di scomparire?
Essere capitano vuol dire fare un passo indietro verso se stessi e uno avanti verso la squadra. Spesso lavorare per il bene di una squadra, se fatto bene, ti fa poi comparire.
Per me era importante che tutte le volte in cui sono stato nominato capitano non fosse una cosa obbligata o decisa da altri, ma una scelta condivisa da tutto il gruppo nello spogliatoio.
Ha chiuso la carriera quando avrebbe potuto continuare. Cosa l’ha fatta smettere?
Noi abbiamo una luce che ci chiama. Quando sei giovane non sai neanche che esiste; arrivato a una certa età, inizi a vederla.
Quando la vedi significa che sei pronto, che hai dato tutto te stesso, che il tuo completamento come giocatore è avvenuto e che hai voglia di nuove sfide, nuovo entusiasmo e nuove avventure.
La luce è arrivata, mi ha chiamato e ho deciso di ascoltarla.
La sua attività immobiliare è un servizio agli atleti per restituire loro il senso di casa?
Sì, perché gli atleti sono persone prima che giocatori. Spesso soffrono per la distanza da casa e per un cambiamento di vita repentino. Arrivare a casa deve rappresentare per loro un momento di pace e di rassicurazione.
I cactus che Lei adora chiedono poca acqua, molto sole e nessuna attenzione soffocante. È questo il modo di starle vicino?
I cactus sono la mia passione. Sono piante che mi rispecchiano moltissimo: piene di spine, ma capaci di produrre un fiore spettacolare se vengono trattate nel modo giusto.
Oggi ho una collezione importante di settantadue cactus. Li vado a salutare come se fossero parte di me, anche perché le piante sono fatte d’acqua e l’acqua trasmette emozioni. Noi siamo fatti per il settanta per cento d’acqua, le piante per il novanta: quindi ci capiamo.
Il Michele quindicenne riconoscerebbe l’uomo che voleva diventare o cambierebbe qualcosa?
Non ho rimpianti. Ho fatto tutto con il cuore, con grande intensità e con passione, che è sempre stata la mia benzina.
Nel complesso ho avuto una grande fortuna: poter esordire e terminare la carriera nella mia città. Ho portato l’orgoglio di Udine fino in Nazionale e per me significa veramente tanto.
Il ritiro della mia maglia numero nove non significa soltanto che nessuno giocherà più con quel numero. Significa che un semplice ragazzo di una piccola città del Nord-Est può sognare.
Tutti conoscono Antonutti. Chi conosce davvero Michele?
Più si è davanti ai riflettori e si conduce una vita pubblica, più bisogna essere capaci di difendersi. La carriera è un percorso e il lavoro è soltanto una fase della vita: alla fine siamo uomini e persone.
Essere conosciuti davvero non è semplice e non è da tutti. Anche per il mio segno, l’Acquario, sono molto solare e sto volentieri fra le persone, ma non soffro la solitudine.
Michele Antonutti non è conosciuto da tanti. Spero, e spesso desidero, di essere apprezzato più per Michele che per Antonutti.
UDINESI DENTRO è un podcast originale di Michele Menegon, la voce della sigla è di Gianmarco Ceconi, la musica di Massimo Cum, la post produzione e il sound design di Michael Hammer.




