Il Gugjet e la moda che si prende cura.
C’è un oggetto minuscolo, quasi invisibile che nasce da una domanda semplice e antica quanto il corpo: “come posso non farmi male?”
In Carnia, a quella domanda, è stata data la forma di un cuore.
Un cuore piccolo in ottone o in rame: il Gugjet.
Le donne carniche camminavano con la gerla sulle spalle e, mentre il peso gravava sulla schiena, le mani non si fermavano: lavoravano a maglia, senza sosta.
Il ferro da maglia, appoggiato al fianco, sfregava, pungeva, feriva.
A un certo punto, qualcuno pensò che non fosse giusto che il lavoro facesse così male.
Il Gugjet nasce per questo: per evitare la ferita e creare uno spazio, un confine tra il corpo e ciò che lo punge.
Non era un ornamento né una decorazione ma una protezione che veniva donata, dalle madri alle figlie, dallo sposo alla sposa come gesto di attenzione profonda.
Era un modo silenzioso per dire: ti vedo, so che fai fatica, voglio che tu stia bene.
Il Gugjet è nato dal desiderio di cura.
Oggi la parola “cura” è ovunque. Ma non sempre significa protezione.
Nella moda, spesso la cura si confonde con il controllo: del corpo, delle forme, della prestazione, della presenza.
Ci sono forme di moda funzionale, che costruiscono, che ascoltano la persona, i suoi bisogni, i suoi limiti. Che non chiedono di resistere al dolore, ma lo evitano. Che mettono al centro la possibilità di vivere il corpo senza dominarlo. È un’etichetta che non graffia, un pantalone che non stringe, un tessuto che non irrita la pelle.
E poi c’è una moda disfunzionale: quella del “per essere bella devi soffrire”, che consuma, impone e considera il disagio un giusto prezzo da pagare.
Forse è proprio qui che il Gugjet parla ancora al presente. La sua funzione è contemporanea e attraversa il tempo perché ci racconta che la cura è ascolto.
Perché se qualcosa fa male, non siamo noi a dover resistere.
È ciò che scegliamo e che indossiamo che deve cambiare.
Ma la cura non è solo ascolto passivo. È anche la capacità di pensare in modo autonomo, di sviluppare competenze e uno sguardo critico, per non lasciarsi ingannare da una “cura” che, a volte, è solo un modo per vendere, o per farci sentire sempre in difetto.
In un tempo in cui molti corpi continuano a soffrire in silenzio, forse abbiamo bisogno di nuovi Gugjet, che prendano la forma di pensieri diversi, scelte più consapevoli e competenti. Per una moda che, prima di tutto, non faccia male.
Music by Michael Hammer with SUNO IA
Radici in Stoffa è un podcast originale di Silvia Cacitti, realizzato in collaborazione con il Museo Etnografico e il Patrocinio del Comune di Udine. Tutte le puntate di Radici in stoffa le puoi trovare su udinepodcast.it
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