
Dubai Chocolate: la vera storia di una tavoletta che non esisteva
La storia delDubai Chocolatenon inizia in un laboratorio svizzero, né in una pasticceria storica. Inizia a Dubai, tra il 2021 e il 2022, con una voglia molto precisa: quella di Sarah Hamouda che in quel periodo era in dolce attesa. Ingegnere, origini egiziane, vita negli Emirati e un desiderio: ricreare un sapore che le ricordasse casa.
Non un dolce qualsiasi, ma ilknafeh. Uno dei grandi classici del Medio Oriente: pasta kataifi croccante, formaggio morbido, sciroppo, pistacchi. Un dolce che, come ricorda lo storico dell’alimentazione Clifford Wright nei suoi studi sulla cucina levantina, appartiene a quella famiglia di preparazioni “in cui il contrasto tra croccante e morbido diventa memoria culturale, prima ancora che gusto”.
E allora succede qualcosa di interessante. Invece di rifare il knafeh Sarah Hamouda lo traduce. In una tavoletta di cioccolato.
Nasce così, nel 2022, il primo vero “Dubai Chocolate”. Nome ufficiale:“Can’t Get Knafeh of It”.
Dentro: crema di pistacchio, tahina, fili di kataifi tostati. Fuori: cioccolato al latte decorato con colori accesi.
Non è una reinterpretazione elegante. È una dichiarazione. È un dolce mediorientale travestito da snack globale.
All’inizio, però, non succede nulla. Produzione minuscola: poche decine di barrette al giorno, fatte a mano.
Vendite limitate. Un prodotto quasi invisibile.
Finché — ed è qui che la storia cambia — entra in scena il nostro tempo. Dicembre 2023.
Un video su TikTok. Una ragazza spezza la tavoletta. Il suono è netto. Il ripieno è abbondante, quasi eccessivo. Il verde del pistacchio è ipnotico. Quel video supera i 100 milioni di visualizzazioni.
E, in quel momento preciso, il Dubai Chocolate smette di essere un prodotto e diventa un fenomeno.
Ordini che esplodono. Liste d’attesa. Copie, imitazioni, variazioni in tutto il mondo.
E qui c’è già una prima verità interessante: non stiamo parlando di una tradizione.
Stiamo parlando di un’invenzione recentissima che si comporta come se fosse sempre esistita.
Ma la storia non finisce qui.
Perché ogni fenomeno gastronomico, quando cresce davvero, lascia delle tracce.
E nel caso del Dubai Chocolate, la traccia è — sorprendentemente — agricola.
Il pistacchio. Ingrediente chiave, certo ma anche ingrediente profondamente storico.
Coltivato da millenni tra Persia e Mediterraneo, già citato in ambito agronomico classico e presente nei traffici commerciali descritti, tra gli altri, da Pliny the Elder nella suaNaturalis Historia.
Un prodotto antico dunque, che si ritrova improvvisamente dentro una tavoletta contemporanea.
Nel 2024 succede qualcosa di inaspettato: la domanda globale di pistacchi aumenta così tanto che i prezzi quasi raddoppiano in alcuni mercati. Una tavoletta di cioccolato — nata da una voglia personale — inizia a influenzare una filiera internazionale. E a questo punto la domanda cambia.
Non è più: “cos’è il Dubai Chocolate?” Ma: come è possibile che una tavoletta nata nel 2022 riesca a fare tutto questo? La risposta, probabilmente, è nel suo equilibrio — o nel suo squilibrio.
Perché il Dubai Chocolate funziona su più livelli, tutti insieme. È familiare, perché è cioccolato.
È esotico, perché richiama il Medio Oriente. È eccessivo, perché non conosce la misura. È visivo, perché nasce già per essere condiviso. Ma soprattutto, è ibrido. Non è un dolce tradizionale. Non è nemmeno un prodotto industriale classico. È qualcosa che sta nel mezzo: una ricetta contemporanea che usa la memoria — il knafeh — per costruire qualcosa di nuovo. E forse è proprio questo che lo rende così potente.
Perché, se ci pensiamo bene, il Dubai Chocolate non è il primo caso. Ma è uno dei più chiari.
Un cibo che nasce locale, diventa virale, e nel giro di pochi mesi… si globalizza.
Senza passare per il tempo. Senza passare per la storia — quella lunga, quella lenta.
E allora sì, possiamo anche concederci un sorriso.
Perché mentre noi discutiamo di tradizione, di autenticità, di identità gastronomica — come farebbe Massimo Montanari quando ricorda che “la tradizione è sempre una costruzione culturale, mai un dato immobile” — lui, il Dubai Chocolate, fa una cosa molto più semplice. Si fa spezzare. Si fa guardare.
E soprattutto… si fa desiderare. E forse, alla fine, è proprio questa la sua vera ricetta. Non pistacchio. Non kataifi. Non cioccolato. Ma una combinazione perfetta di memoria, marketing e momento storico.
Le storie di cucina sono infinite, così come i suoi protagonisti. Manca il Sale, è un podcast originale di Annalisa Sandri. La voce della sigla è di Vittorio, la produzione e il sound design di Michael Hammer. Tutte le puntate di MANCA IL SALE, le puoi ascoltare suudinepodcast.it.
MANCA IL SALE lo puoi ascoltare suAmazon Music,YouTube MusiceApple Podcast.





