
More Than Jazz Podcast: Hello & Goodbye, Bob, l’ultima rotta di Transiti Atlantici
“Hello & Goodbye, Bob”. Insomma, un ciao e un arrivederci tutto nella stessa frase. Ed è un titolo, questo, che sembra scritto apposta per chiudere il nostro viaggio musicale dell’edizione 2026 di More Than Jazz. E infatti è così: questa, lo dico con un certo dispiacere, è l’ultima pagina del nostro diario di bordo. La puntata n. 8.
E allora permettetemi di non cominciare come faccio di solito. Niente “bentornati a bordo”, niente “issiamo le vele”, ma “Ammainiamo le vele”, “Approdiamo”, “Tocchiamo terra”. Oggi mi siedo con voi e vi racconto una storia. Una storia di jazz. Perché il jazz, prima di essere musica, è racconto, improvvisato, anche sui risvolti della vita.
In questo mese e mezzo di “Transiti Atlantici” abbiamo veramente attraversato un oceano intero.
Tanti gli artisti, i solisti, le formazioni, i gruppi allargati, le orchestre. Ascoltatevi le puntate precedenti che raccolgono anche le interviste, non solo ai musicisti, ma anche a chi organizza il festival, e nello specifico la testa e il cuore di Simularte, ovveroil direttore artistico Ermanno Bassoed ildirettore organizzativo Federico Mansutti.
Nel corso di questa estate abbiamo riempito piazze, corti, chiese, teatri, parchi. Porti di mare, tra le onde e la terra ferma. E come tutti i viaggi, c’è un’ultima tappa.
E proprio sabato 29 agosto, alle ore 18.00, nell’Area Esterna del Teatrino Basaglia, al Parco di San Giovanni a Trieste (in caso di maltempo all’interno del Teatrino), ci sarà il concerto dal titolo, per l’appunto, come ho detto nelle premesse: “Hello & Goodbye, Bob”. Con Riccardo Pitacco al trombone, Riccardo Morpurgo al pianoforte, Giacomo Ieraci al basso elettrico e Francesco Vattovaz alla batteria. Un quartetto giovane per un titolo che è una dichiarazione d’intenti:
Ma chi è sto Bob, che salutano?
È Bob Brookmeyer. Nato a Kansas City nel 1929 e morto New Fairfield, nel Connecticut, nel 2011. Ottantadue anni di vita e una carriera che ha attraversato mezzo secolo di jazz, senza mai smettere di cambiare, di cercare, di mettersi in discussione, di rivoluzionare il suo stile.
Brookmeyer nasce pianista. Cresce nei club della città dove è nato, quella che ha visto nascere fenomeni come Charlie Parker, Count Basie, Lester Young. Ma a un certo punto Bob fa una scelta strana: abbandona il pianoforte come strumento principale e prende in mano il trombone a pistoni. Non quello a coulisse, attenzione. Quello a pistoni. Più raro, più difficile da far cantare. E con quello strumento, che in molti consideravano relegato alla musica classica, costruisce una voce jazz inconfondibile.
Nel 1954 entra nel quartetto di Gerry Mulligan, il celebre quartetto senza pianoforte che stava rivoluzionando il West Coast. E lì trova la sua prima grande casa. Poi arriva Jimmy Giuffre, poi Clark Terry, poi va a New York e via, studi di registrazione, televisione, colonne sonore. Ma Brookmeyer non si accontenta mai. Perché lui non è solo un interprete. È un compositore. Un pensatore della musica.
Negli anni Settanta e Ottanta si ritira, studia, insegna. Si interessa a Stravinskij, a Bartók, alla musica europea del Novecento. E quando torna, torna diverso. Le sue composizioni diventano architetture complesse, dove la forma sinfonica incontra l’improvvisazione, dove il rigore della scrittura dialoga con la libertà del jazz. Fonda la New Art Orchestra. Registra dischi, importanti, come “Electricity”, viene nominato più volte ai Grammy e diventa un maestro per generazioni di compositori.
E tra le sue frasi immortali, ce n’è una che io trovo straordinaria. Diceva: “Non esiste una composizione jazz. Esiste solo la composizione”. Punto. Niente etichette, niente recinti. Solo la musica, che è una e basta. E qui calza a pennello il titolo del nostro festival “More Than Jazz”, a sottintendere che tutte le musiche, sono, la musica. Non solo jazz e non solo altro, ma ben di più.
E ancora Bob Brookmeyer: “Cerco di scrivere musica che sembri improvvisata, anche se è composta. E cerco di improvvisare come se stessi componendo”. Capite? Per lui i due gesti, scrivere e suonare, non erano opposti. Erano la stessa cosa vista da due angolazioni diverse. Come abbiamo fatto noi andando ad esplorare le sponde occidentali ed orientali dell’Oceano Atlantico attraverso la musica.
Ed è esattamente questo il cuore di “Hello & Goodbye, Bob”, concertone di congedo con cui vogliamo chiudere questa edizione, va detto, partecipatissima.
Tutte le informazioni, come sempre, le trovate su morethanjazz.it e sui profili social del festival. L’ingresso è libero, il parco è bellissimo, l’ora è quella d’oro, quella in cui il sole comincia a scendere e la musica a salire sul filo del tramonto.
E a voi, che ci avete seguiti in ogni puntata, che avete letto, ascoltato, questo diario di bordo, voi che siete stati a bordo su questa nave pazzesca, beh, che dirvi: grazie. Grazie per aver navigato con noi.
Il festival More Than Jazz, i Transiti Atlantici 2026, si chiudono così, nel nome di Bob Borrkmeyer e di un quartetto straordinario. Ma le vele non si ammainano davvero. Restano issate, pronte per il prossimo vento, la prossima rotta, la prossima storia da raccontare.
Io sono Alessio Screm. La bussola continua a girare e punta verso nuovi orizzonti. Ci sentiamo per nuove avventure. Ciao!
More Than Jazzè un podcast scritto e condotto daAlessio Screm.
La direzione artistica è di Ermanno Basso, la direzione tecnica di Stefano Amerio, il project management di Federico Mansutti, la produzione di Sara Bronzin, la mediazione culturale di Giorgia Santoro, la comunicazione e la grafica di Michela Marzona.
More Than Jazz, il viaggio tra artisti, pubblico e luoghi della musica è un podcast diSimulArte, prodotto daUdine Podcast.


